Il sistema è organizzato in sei serie di posizioni (asana) unite dinamicamente dal respiro ujjayi , praticato unitamente a particolari controlli di alcune parti del corpo chiamati bandha.Durante ogni movimento lo sguardo viene direzionato in un punto specifico (drishti).
All’ interno delle singole serie le posizioni sono propedeutiche ognuna alla successiva secondo criteri anatomici ma anche di fisiologia ‘sottile’ (basata sulla funzionalità dei canali energetici).
Si passa alla serie successiva quando la pratica costante porta al pieno padroneggiare della precedente.
La progressione è studiata per una crescente profondità di azione.La serie primaria è detta Yoga Chikitsa (yoga terapia), allinea il corpo e “pulisce” gli organi interni; segue la serie intermedia Nadi Shodana (purificazione delle nadi, cioè i canali dove scorre l’ energia vitale) e infine le tre serie avanzate Stira Bhaga (controllo del corpo) che richiedono crescente flessibilità e introducono molte pose usate anche nella meditazione seduta.
Mantra
In Ashtanga Vinyasa è usato durante tutta la pratica delle serie (unitamente ai bandha) in prima analisi per produrre il calore che mantiene i muscoli elastici, stimola la circolazione e disintossica attraverso il sudore.
Il respiro Ujjayi può essere però molto di più: è il ritmo, è la ‘misura’ di quello che possiamo fare e soprattutto da infinite informazioni sul come lo stiamo facendo. Ha la facoltà di indurre una focalizzazione interiore e una calma profonda durante la pratica che lo rende il cuore del vinyasa.
Vinyasa si può tradurre, da questo punto di vista, precisamente come l’arte di abbinare il movimento al respiro.
Insegna David Swenson:“Se ci sforziamo il respiro diventerà costretto o forzato. Se non siamo focalizzati il respiro sarà sommerso dal suono dei nostri pensieri. Mantenete la consapevolezza sul respiro e ogni istante sarà una meditazione.”
Bandha
La parola bandha ha una molteplicità di traduzioni: può voler dire chiusura, controllo, blocco, catena, arresto ecc.
Esistono quattro bandha nello yoga che sono mula bandha (controllo del perineo), uddiyana bandha ( contrazione dell’addome), jalandhara bandha (compressione della gola) e maha bandha (tutti e tre i precedenti tenuti contemporaneamente).
In Ashtanga Vinyasa si usano principalmente mula e uddiyana bandha praticati durante tutto il movimento e in ogni posa.
Anche nel caso dei bandha la scienza conferma enormi vantaggi fisiologici (cfr. “Moola Bandha: the master key” di Swami Buddhananda oltre al già citato Van Lysebeth) .
I testi antichi d’ altra parte fanno di questi controlli una vera e propria ‘chiave maestra’ in grado di aprire le porte dell’ illuminazione (cfr. “Hathayogapradipika” e “Yogataravalli sutra”).
E’ impossibile trattare l’ argomento in maniera esauriente in poche parole.
Si può dire (in maniera necessariamente riduttiva) che i bandha assicurano una circolazione sanguigna efficace e ben distribuita e dal punto di vista sottile agiscono come delle valvole che canalizzano l’ energia.
E’ solo la pratica, comunque, che può far capire il beneficio di queste lievi e solo apparentemente semplici contrazioni capaci di donare al corpo e alla mente possibilità inaspettate.
Drishti
Drishti significa “direzione dello sguardo”.
Tecnicamente esistono nove drishti:
Nasagrai (punta del naso)
Broomadya (in mezzo alle sopracciglia)
Nabi Chakra (ombelico)
Angusta Ma Dyai (pollice)
Hastagrai (mano)
Padahayoragrai (alluce)
Parsva Drishti (orizzonte a destra)
Parsva Drishti (orizzonte a sinistra)
Urdhva Drishti / Antara Drishti (verso l’ alto)
Ad ogni posizione corrisponde uno di questi.
Non si tratta però semplicemente di guardare il punto indicato.
Basta osservare che nelle pose sedute con flessione del busto in avanti Sri Sharath R. (le cui foto illustrano “Yoga Mala” di Pattabhi Jois) ,come molti, tiene la testa appoggiata sugli stinchi e lo sguardo rivolto verso il basso sebbene il drishti corrispondente sia Padahayoragrai.
Si tratta quindi piuttosto di rivolgere la propria attenzione verso un punto “passando per gli occhi” e non permettere allo sguardo di disperdersi.
Praticare drishti è far fluire la potente attenzione dello sguardo e permettergli di “unirsi” all’ energia che guida quel preciso movimento.
Consigli
Suderete! Un piccolo asciugamano non ingombra e vi può servire in mille modi.
Non praticate se sentite di non avere lo stomaco vuoto (Sri Manju Jois dice di aspettare almeno tre ore dopo un pasto).
Usate abiti comodi e non ingombranti.
Aspettate almeno mezz’ora prima di fare la doccia e di mangiare.
Durante il ciclo mestruale non fate le posizioni invertite.
Bevete dell’ acqua (possibilmente tiepida) dieci minuti prima della pratica se sentite di averne bisogno.
Dimenticate i video che avete visto o i “bravissimi” del materassino accanto! E’ la vostra pratica: godetevela!

