I Piedi e il loro appoggio

Il caro William (che saluto e ringrazio) con il suo modo pacato e gentile non è stato così rapido a formulare la domanda: “Perchè rompi le scatole con il posizionamento dei piedi?”,  ma la sostanza è tutta qui e volentieri rispondo.

L’ appoggio del piede corretto mette in attività la volta plantare  costituita da tre archi (vedi figura): uno interno che va dalla base dell’alluce al centro del tallone, uno esterno dalla base del mignolo al centro del tallone e uno anteriore dalla base dell’alluce alla base del mignolo (tutte le basi delle dita toccano e questo arco è spostato più verso il centro della pianta per la verità, ma per attivarlo si deve dare attenzione alle basi di mignolo e alluce). L’attivazione volontaria di questi archi consente non solo al piede di lavorare al meglio ma anche alle catene muscolari ad esso connesse di attivarsi uniformemente migliorando così la forza e la resistenza. Dal punto di vista esoterico si può dire che un appoggio corretto alimenta il libero fluire dell’energia verso l’alto e migliora la spinta di radicamento verso il basso. Un esempio dell’ importanza che dobbiamo dare a tutto ciò come praticanti di yoga (sottoposti quindi ad un esercizio di equilibrio continuo) può essere la causa di tanti problemi al ginocchio.

La triste storia è quasi sempre la stessa : “Ho fatto il loto (o mezzo)… ho sentito un dolorino… ora mi fa male il ginocchio tutte le volte che incrocio le gambe”. Cosa è successo? Ancora generalizzando si può dire che probabilmente il malcapitato si è “pizzicato” il menisco ovvero la sede di scorrimento che permette alla nostra gamba (tibia) di fare avanti e indietro (flettere e distendere la gamba piegandola al ginocchio per capirsi). Avanti e indietro appunto, è l’unico movimento consentito al nostro ginocchio, quando M. (per malcapitato) ha mandato fuori asse tibia e femore (stinco e coscia) il ginocchio ha fatto ”uscire” dalla sede le ossa che connette spiaccicando un po’ il menisco… che non è carino per niente! Ma tutto questo che c’entra con i piedi? E’ presto detto: il buon Dio deve aver pensato che prima o poi qualche yogi troppo zelante avrebbe messo a repentaglio la propria deambulazione incrociando le gambe e allora  ha permesso un minimo di “gioco” tra tibia e femore attraverso i legamenti crociati che ,posti all’interno del ginocchio lo fanno ruotare un po’ sul proprio asse senza permettergli di far ”uscire” niente e danneggiare. Allora M. non ha il legamento crociato? Certo che sì! Ma probabilmente lo ha allentato a tal punto da impedirgli di frenare “l’ uscita”. E come ha fatto ad allentarlo? Riducendo la vita di M. al solo yoga (quasi sempre sono  fattori esterni alla pratica ma lo yoga deve guarire non aggravare!) è probabile che posizioni male i piedi (eccoli qui finalmente!) tenendo angoli diversi da quelli richiesti  o mettendo più carico sull’esterno o sull’interno e mandando così in leva articolare il ginocchio: è come autoinfliggersi una mossa “light” di un’arte marziale ma  ripetuta nel tempo (come vedete il risvolto psicologico è altrettanto interessante…) .  Se M. vorrà recuperare l’efficienza del suo ginocchio dovrà in primis andare da un medico e quando ritornerà a fare yoga dovrà lavorare attentamente sull’appoggio dei suoi piedi.

La risposta alla domanda di William quindi è: “Io non voglio nessun M. tra i miei allievi!”

Oltre a ciò considerando la stazione eretta i nostri piedi sono il punto di scarico del nostro peso per la maggior parte delle nostre attività e anche qualora la nostra vita sia prevalentemente sedentaria almeno durante le attività fisiche sono loro a “scaricare a terra” le forze di corse,camminate,salti ecc.

Nello yoga poi vogliamo ancora di più: il piede non solo è attivo nelle posizioni in piedi per consentire quanto sopra ma continua ad avere un giusto ed equilibrato appoggio anche quando non tocca terra come nelle posizioni sedute o quando addirittura è rivolto verso l’alto come nelle inversioni: “I piedi non sono mai nell’elemento aria” dice B.K.S. Iyengar. Le serie dell’ashtanga così come la maggior parte degli stili di yoga considera le posizioni in piedi  fondamentali e propedeutiche alle altre  perchè sono necessari forza e consapevolezza , radicamento e spinta (l’equilibrio tra queste forze…) che costituiscono il presupposto per affrontare in sicurezza qualunque altro asana: sappiamo benissimo che senza forza nella gambe non si va nè in avanti (paschimattanansana) nè indietro (urdhva dhanurasana).

Ricordate quindi a voi stessi ed eventualmente ai vostri allievi di posizionare bene i piedi  nelle “standing postures”:7°-15° in posizioni con fianchi “aperti” come trikonasana o parsvakonasana e 40°-50° in posizioni a fianchi “chiusi” come in virabhadrasana A o parsvottanasana, e di attivare bene ed uniformemente l’arco plantare in tutte le altre posizioni con particolare consapevolezza all’arco esterno, spesso completamente ignorato,  e alla base dell’alluce.

Lo so! Le prime volte è impossibile premere la base dell’alluce a terra e sentire qual’è il centro preciso del tallone ma con impegno tempo e pazienza (se insisto me lo incideranno sulla lapide…) tutti ce la fanno. Si tratta di portare “intelligenza nel corpo” come dice  Iyengar e quindi consapevolezza… That is yoga!

Namasté

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Ujjayi, bandha, drishti, allineamento: una pratica troppo difficile

Raccolgo alcune domande più o meno sullo stesso argomento che riassumerei così: sul tappetino ci viene detto di concentrarci sul respiro, di mantenere la costante contrazione dei bandha, di puntare lo sguardo in un punto preciso, di usare forza su alcuni muscoli e rilassarne altri per poi magari correggere la postura dicendoci che non siamo bene allineati…

Sembra che l’ Ashtanga Yoga (e in particolare quello moderno che aggiunge alle prescrizioni tradizionali elementi di anatomia , posturologia e movimento funzionale) sia una pratica che invece di favorire la concentrazione rilassata , affatichi il praticante con troppe ossessionanti attenzioni. In alcuni casi la frustrazione è tale da indurre ad abbandonare la pratica: ” Per me è troppo difficile” è una delle frasi più ricorrenti che mi sento dire dopo la classe di prova. Nei praticanti esperti invece spesso si nota una sorta di imbarazzo: qualche volta ci si sente precisamente nel flusso e alla fine della pratica sembra di rinascere per vitalità e gioia; altre volte nonostante ci si sforzi tremendamente l’ impressione è quella di essere adatti alla pratica quanto un gorilla alla letteratura e dopo savasana ci si rialza con la sensazione di aver fatto un frontale con un tir…

So che non si risponde a una domanda con un’altra domanda ma permettetemi questa eccezione: “Conoscete qualche cosa della vita che non sia soggetta a queste fluttuazioni?”  Io credo a pensarci bene di no… Credo però che  in ogni cosa della vita questi due eccessi tendano a smussarsi fino alla stabilità grazie a tre elementi fondamentali: impegno, tempo e  pazienza.

 L’impegno è primario e varia con l’importanza e l’attenzione che si da alla pratica: c’è chi pratica una volta alla settimana e chi si assume la responsabilità di una sadhana giornaliera vera e propria . Non è importante quale scelta facciamo ma è importantissimo calibrarla su noi stessi. Chi vede nello yoga una ginnastica leggera e salutare è perfettamente inutile che pratichi tutti i giorni le serie dell’ashtanga perchè si sentirà presto stanco dell’ impegno assunto; così come un praticante che sente lo yoga come una grande, irrinunciabile spinta verso se stesso e pratica due volte alla settimana si ritroverà a voler strafare in un’ ora di tappetino col rischio di infortunarsi e con la sensazione di qualcosa che non va… A seconda di quello che scegliamo ci troviamo di fronte a diverse aspettative spesso del tutto assurde: non necessariamente mi passa il mal di schiena perchè faccio yoga una volta alla settimana e non è detto che raggiunga l’equanimità di un bonzo perchè la settimana scorsa ho finalmente deciso di fdare yoga tutti i giorni come mi ha detto Alessandro… Una volta capito veramente quello che si vuole dovremo anche condizionare il sistema corpo-mente a raggiungere i risultati che ci siamo prefissi e per far questo impegno diventa costanza e ripetizione e quindi

Ci vuole tempo… Anche se alla nostra prima lezione l’insegnante si preoccupa di spiegare bene tecnica, respiro, contrazioni e rilasci, lui stesso sa bene che neanche un decimo di quello che ha detto verrà messo in pratica. A seconda della nostra energia (o predisposizione se si preferisce) ci vorrà tempo affinchè la nostra volontà si coordini all’ azione, tempo perchè la nostra attenzione si possa muovere più in profondità e l’azione diventare più precisa ed efficace, tempo per trovare l’esecuzione più ergonomica delle pose che ci permetta di non sprecare forza e godere della pratica.  Prima di arrivare a prendere i piedi con le mani a gambe distese al sottoscritto ci sono voluti diversi anni e ricordo bene la fatica, la  frustrazione, la sensazione di inadeguatezza, il dolore (che poi ho riconosciuto come “buono”). Così nel tempo si tende  a stancarsi: non si migliora come nelle fasi iniziali, si ripetono sempre gli stessi movimenti, le correzioni e le parole dell’ insegnante sono sempre più difficili da capire ed adattare alla nostra pratica:

Ci vuole pazienza…La pazienza è per me un’ attitudine mentale che riassume in sè gli yama e i niyama dello yoga: vuol dire non nuocersi, essere onesti con se stessi, non sprecare, non volere tutto subito, contentarsi, impegnarsi, studiarsi, avere fede ecc. Significa disporsi a godere della pratica consapevolmente senza eccessi accettando quello che siamo senza precludersi la possibilità di migliorarsi; usare l’impegno e  il tempo nel modo più produttivo e sano. Con la pazienza S.Antonio tira l’asino indolente sulla montagna. Senza male parole, senza strattonarlo, trattandolo con rispetto e amore  ma consapevole del proprio obbiettivo che infallibilmente raggiunge…

Quando si inizia un’ attività qualsiasi (lavoro, studio, sport, ma anche le relazioni non fanno eccezione) si palesano delle difficoltà che sembrano isormontabili: la prima volta che ho dovuto fare una prenotazione di una stanza nell’ hotel dove ho lavorato per anni ci ho messo quasi dieci minuti e nonostante questo sono riuscito a fare confusione… Dopo un mese potevo  prendere prenotazioni anche a due alla volta in una manciata di secondi senza il minimo errore.  Impegno, tempo, pazienza… Del resto la nostra pratica, proprio come il mio lavoro in hotel, è ripetitiva per questo motivo.

Con le parole di Guruji B.K.S. Iyngar: “Sadhana è una trasformazione graduale da uno sforzo pieno di sforzo allo sforzo senza sforzo, che minimizza lo sforzo fisico ed esalta le qualità dell’ intelligenza nell’ osservazione e nell’ attenzione, affinchè il sadhaka (il praticante n.d.a.) possa utilizzarle per penetrare il proprio obbiettivo: l’aquisizione della conoscenza e dell’esperienza spirituale.”

Il cammino è lungo e in certi momenti faticoso. Mi auguro come praticante di avere la forza di percorrerlo e come insegnante di essere un buon supporto a chi si troverà a superare ostacoli solo apparentemente isormontabili.

Namasté

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La luna e l’ Ashtanga Yoga

Raccolgo volentieri l’invito di Paolo (in qualche modo ideatore di questo blog) a parlare del perchè si riposi dalla pratica durante i giorni di luna piena e nuova.

Nel pensiero indiano (e non solo) c’è l’idea che il microcosmo della nostra incarnazione sia una parziale rappresentazione del macrocosmo: universo, stelle, pianeti.
Una parte notevole del Rg Veda (il più antico dei quatttro veda principali) è dedicata all’ astrologia e all’astronomia ed è nota come Jyotisa shastra (scienza della luce): vi si trovano notazioni sulla posizione, nomenclatura e movimenti dei pianeti e delle stelle (siddhanta), come predire eventi di grande portata come guerre,inondazioni sconvolgimenti politici (samhita) e quali i giorni propizi alle attività come lo sposarsi, il concepire la prole eccetera (hora).

E’ in questa ultima sezione in cui viene trattato l’influsso della luna sull’attività mentale degli uomini e in particolare si dice che l’assenza di luce della luna (la luna nuova) rifletta la mancanza di potere di concentrazione e di elaborazione; d’altra parte la luna piena (la massima luminosità) sia causa di estrema agitazione della mente.
Per comprendere l’importanza che viene data a questi precetti (che non hanno quindi quella connotazione “popolare” che assumono in occidente) basti pensare che nei college dove si insegna sanscrito in India i giorni di luna piena-nuova e i tre giorni successivi sono considerati da dedicarsi al riposo perchè poco produttivi dal punto di vista dello studio.
Anche nella nostra tradizione contadina alla luna viene associata una particolare forza tanto che si semina nei giorni di luna nuova (la massima spinta verso il basso) e si raccoglie durante la luna crescente (spinta verso l’alto).
Infine per ritornare al rapporto micro-macro: è nota l’ influenza della luna sulle masse acquose (maree ecc.) e il nosrto corpo è formato per il 75% di acqua…

Nonostante queste argomentazioni mi capita spesso di incontrare scetticismo e perplessità in chi si vede “privato” della pratica a causa di quella che nella nostra cultura sarebbe ridicola creduloneria… Allora quattro considerazioni:
1) La nostra è una pratica faticosa e impegnativa se si assume con costanza l’impegno e due giorni al mese di riposo possono essere l’occasione di sperimentare cose nuove o dedicarsi ad altro;
2) Il sincronizzarsi con i giorni di luna è un po’ come allineare la propria pratica (sadhana) ai ritmi della natura e ci rende partecipi dei suoi cicli;
3) Lo yoga (al di la dello stile e delle scuole) è basato sull’ osservazione: ci costa un po’ di concentrazione sui nostri processi mentali la verifica della veridicità dello shastra;
4)I Veda costituiscono la scienza rivelata ai grandi saggi (rishi) dell’ India e sebbene siano antichissimi (la datazione è incerta ma sicuramente precedente al 2000 a.C.) contengono conoscenze sorprendentemente avanzate per quanto riguarda quelle che per noi sono diventate relativamente da poco sicurezze logiche (calcoli matematici e geometrici, metodi di costruzione, riferimenti anatomici ecc.): non è legittimo pensare che la scienza possa confermare col tempo anche altro?

Insomma prima di rifiutare un precetto semplice e non particolarmente fastidioso almeno possiamo prendere in considerazione la validità dell’interpretazione di autorevoli personaggi come Pattabhi Jois…
In altre parole citando Roberto Benigni: “Se non è vero non è vero… ma se è vero io ci credo lascia fare!”.

Notte di luna,
Come un viandante
Passi dall’altra parte del mare
Con la tua pallida lanterna oscillante

Io sono uno straniero solitario e distratto;
Sul balcone lontano così tu mi incanti,
E porti via il mio cuore.
(R.Tagore)

…a chi non credesse al potere ispiratore del nostro amato satellite…

Namasté

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Il blog di Ashtanga Yoga Firenze

E’ ormai da un po’ di tempo (da quando abbiamo creato il sito www.ashtangayogafirenze.com) che pensavo ad uno spazio per rispondere alle numerose domande di studenti,appassionati e amici dello yoga che tra un asana e l’altro non trovano il tempo di porre.

Scherzando dicevamo che avremmo douto creare una rubrica chiamata “La posta di Max”, un praticante-amico esperto che essendo studioso avrebbe potuto risolvere qualsiasi quesito…
Essendo Max studioso ma (per ora) non Onniscente cercheremo (anche consultandolo) di trattare al meglio gli argomenti che affronteremo ma sopratutto di parlare insieme nel tentativo di creare un mutuo arricchimento nel confronto di opinioni e punti di vista.

Ed eccoci qua! Sperando di essere utili e sufficientemente autorevoli in un mondo vastissimo come quello dello yoga forti solo della massima di Manju Jois: “Yoga is easy… everything else is difficult!”.

Un grazie a tutti coloro che supportano e supporteranno questa iniziativa e la nostra “community”.

Namasté.

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